mercoledì 9 ottobre 2019

Bassotuba

Ricordo le parole di un collega, suonatore di bassotuba, alla domanda sul perché avesse scelto di studiare proprio quello strumento:
«Non sono stato io a decidere: è lui che ha scelto me.»
Non credo occorra molta fantasia per comprendere che stiamo parlando di uno strumento assai particolare. Non fosse altro perché appartiene a quella schiera di strumenti (come per esempio la fisarmonica o il mandolino) che hanno compiuto un lungo e fastidioso cammino prima di essere ammessi nell’organico dei conservatori e quindi inseriti ufficialmente in ambito culturale.
In verità il bassotuba ha fatto il suo ingresso in conservatorio soltanto attorno al nuovo secolo (e ancora oggi si contano appena una ventina di classi in tutto il paese). In ogni caso, sino a quel tempo, il percorso scolastico di un aspirante tubista era limitato in sostanza al campo bandistico. E naturalmente per partecipare a concorsi nelle orchestre non era richiesto alcun titolo di studio: l’unico requisito era di saper suonare bene lo strumento. Capitava così che un tubista di una qualche semplice banda di paese potesse essere catapultato nella diversissima realtà dell’orchestra di un importante teatro di tradizione. E’ facile capire come a quel punto, il diverso livello sociale e culturale poteva essere causa di incomprensioni in entrambi i sensi.

venerdì 20 settembre 2019

Da uno a CentOttoni


Credo di aver sofferto di solitudine, da giovane. Solitudine musicale, intendo.
   Ho compiuto gli studi musicali a Cuneo, in una piccola scuola che non era neppure un Conservatorio. Una scuola meravigliosa, più moderna di un Conservatorio e avanti con i tempi (già negli anni sessanta si preoccupava di coniugare lo studio musicale con la frequenza alle scuole superiori…), ma pur sempre con i limiti di un piccolo istituto dove le occasioni per fare musica d’insieme erano assai rare. Per giunta, nella classe di tromba, mi ritrovai ben presto ad essere lo studente più avanti nei corsi e quindi privo di ogni confronto e... conforto.
   Quindi studiavo in solitudine e almeno non rischiavo distrazioni o cattive compagnie.

lunedì 5 agosto 2019

Sud Est


Il suo nome è Sud-Est. Anzi Chalet Sud Est, come qui chiamano gli stabilimenti balneari.
È forse uno de più grandi di questa riviera: più di duecento o quasi trecento ombrelloni (a seconda della marea).
Ma non è un luogo affollato o caotico come ci si potrebbe aspettare. I clienti non mancano certo, ma si tratta per lo più di persone locali che affittano l’ombrellone per tutta la stagione estiva per poi utilizzarlo saltuariamente. Inoltre ci sono turisti, per lo più famiglie e coppie di anziani. Pochi stranieri. I giovani pare si adeguino alla tranquillità del luogo concentrandosi  soprattutto tra i campi di beach volley e i tavolini del bar dove la musica è soffusa.
Nello stabilimento regna il silenzio del mare. Non esistono casse acustiche per l’acquagym e solo a una certa ora l’altoparlante trasmette il notiziario del servizio Publicentro per annunciare il ritrovamento di qualche bambino smarrito o ricordare gli avvenimenti serali e la pubblicità dei ristoranti di pesce.
Ci siamo arrivati quasi per caso in questo luogo. Cercavamo il mare, ma anche una piccola città. Non amiamo i posti anonimi che non consentono di identificarsi in un luogo. Forse perché siamo gente di città. Così abbiamo puntato il dito. Una piccola città, un porto, una bella spiaggia. Abbiamo trovato tutto questo e anche altro.

venerdì 3 maggio 2019

Un viaggio in auto


Da bambino non avevo un particolare interesse a viaggiare. 
O meglio, le occasioni erano rare. Il treno era il mezzo più accessibile, quasi ufficiale per gli spostamenti e forse anche per questo richiedeva una motivazione importante. L'auto era ancora un bene di lusso e quindi disponibile per pochi. Ma i tempi stavano velocemente cambiando e dunque anche in casa nostra si iniziò a programmare l'acquisto di un'auto.
Ho un ricordo indelebile di quando andai, accompagnato da mia madre, a visionare nella vetrina della concessionaria la vettura che mio padre aveva scelto: una Fiat Seicento, di seconda mano, d'un colore rosso fiammante. Avevo sei anni.
Allora l’auto non serviva per gli spostamenti giornalieri, ma veniva utilizzata quasi esclusivamente per le occasioni importanti.
Il primo viaggio che ricordo è legato alla visita agli zii che abitavano a Castelnuovo Garfagnana in provincia di Lucca. Trecento chilometri, da Fossano, che oggi non rappresenterebbero un grande problema, ma in quegli anni sessanta costituivano una vera avventura. Di autostrade non c'era l'ombra e quindi occorreva attraversare paesi e città.

giovedì 7 marzo 2019

I Gemini 55



Il suo nome era Tato. Frequentava la quinta elementare e aveva una gran passione per la musica. Questa passione gli era stata trasmessa dal padre, barbiere di professione, che nel retro del suo negozio custodiva e suonava il pianoforte, la fisarmonica, il violino e la chitarra. Ai suoi tempi aveva anche costituito un’orchestrina che si esibiva nei locali da ballo, ma ora si dedicava all’insegnamento ed era difficile stabilire se a frequentare la sua bottega fossero più gli allievi di musica o i clienti per barba e capelli.
Tato era dunque cresciuto circondato dalla musica e dagli strumenti del padre, ma essendo orgoglioso e un po’ testardo, quando gli era stato suggerito lo studio di uno strumento musicale aveva scelto la tromba e dunque era stato iscritto alla scuola della banda cittadina.
Tra gli studenti del padre c’era un ragazzino di nome Lino che studiava la fisarmonica e alle volte capitava che i suoi genitori, forse oberati dal lavoro, lo “dimenticassero” nella bottega di barbiere, finita la lezione. Fu dunque naturale che Tato e Lino facessero amicizia, trascorrendo quelle ore giocando per strada o nella casa sopra la bottega. Fu il padre di Tato che suggerì loro di “giocare a suonare insieme”. Gli spartiti non mancavano in quanto, sin dai tempi dell’orchestrina, le edizioni musicali recapitavano le loro ultime pubblicazioni all’indirizzo del padre.
Nacque così un duo, tromba e fisarmonica, che ebbe presto occasione di esibirsi nelle serate del campeggio invernale organizzato dalla parrocchia.

giovedì 24 gennaio 2019

Il maestro di trombone



Ci sono persone, incontrate nel corso della vita, per le quali alle volte si avverte il rammarico di non averne approfondito meglio la conoscenza. Ricordando piccoli episodi, magari uniti da un debole filo, riaffiorano allora quesiti e desideri destinati purtroppo a rimanere tali.
Conobbi personalmente il maestro di trombone una sera di tanti anni fa durante la prova dell’orchestra in cui ero stato da poco ingaggiato. Nell’organico stabile non era compreso quello strumento per cui quando necessitava, veniva chiamato un esecutore esterno. Il maestro era il primo trombone nell’orchestra del teatro, ma alle volte trovava il tempo per queste collaborazioni.
Quando ci presentammo, vista la mia giovane età, mi chiese con chi avevo studiato e così venni a sapere che il mio maestro era stato suo compagno di conservatorio. Quel fatto, seppur casuale, contribuì sin da subito a stabilire tra noi una forma di complicità. Da sempre l’appartenenza alla stessa scuola musicale rappresentava una vincolo di sicura importanza.

mercoledì 12 dicembre 2018

Tato chierichetto



La fotografia di Tato in abito da chierichetto fu scattata nello studio del signor Guido, esperto fotografo a cui si affidava la madre per immortalare il figlio nelle occasioni importanti. E tale fu il fatto di cui narreremo fra breve, che vide Tato coinvolto nientemeno che con il Vescovo della Diocesi.
Questo fu il periodo che potremo definire mistico della vita di Tato e durò approssimativamente tra i tre e i sei anni.
L’educazione del bambino, non frequentando la scuola materna, in quel periodo era affidata all’ambito famigliare dove l’aspetto religioso veniva vissuto con un atteggiamento rispettoso, ma distaccato. Inoltre sappiamo che nello stesso periodo Tato sviluppò uno spiccato interesse per il canto rendendosi protagonista, con il padre al pianoforte, di esibizioni più o meno improvvisate. Dunque gli interessi del bambino erano vari e molteplici. E’ probabile che Tato, assistendo a qualche solenne funzione, fosse stato probabilmente attratto più dall’aspetto estetico che da quello mistico e conoscendo il carattere volitivo del bambino, non è difficile supporre che proprio lui stesso avesse insistito per parteciparvi personalmente.
La stanza per la vestizione dei chierichetti era situata al piano terra dell’abitazione del Parroco a poche decine di metri dalla Cattedrale. Quando Tato si presentò il problema che emerse sin da subito fu quello di trovare un abito adeguato alla sua corporatura. Probabilmente nel confezionare le varie taglie non si era ipotizzata la possibilità di avere chierichetti di quell’età e dunque, per quanto si cercasse, anche l’abito più corto finiva sempre con il superare la lunghezza delle sue gambe. Poco male: nella processione il passo era lento e dunque l’orlo poteva essere leggermente sollevato e durante la funzione i movimenti erano ridotti al minimo.