martedì 16 giugno 2026

 Gianmario Bonino - Le avventure di Barbè (Tre storie fassanesi)

Tre racconti ambientati a Fossano (città natale dell'autore) e ispirate alla figura del padre, coprono a ritroso la prima metà del secolo scorso attraverso fatti e personaggi che transitando nella caratteristica bottega di barbiere (un tempo luogo di cura non solo del corpo ma anche dell’anima) danno luogo al “teatro della vita”.

Il racconto Barbè (o dell’inutile sospetto), ambientato negli anni ’50, narra una storia densa di intrighi, amori e inganni con beffa finale, seguendo lo stile del “dramma giocoso” di ispirazione operistica.

La Balilla è la storia di un soldato “sbandato” nell’Italia del ‘43 che viene accolto da Barbè come aiutante nella sua bottega. L’automobile custodita nel cortile, diverrà poi protagonista di un drammatico episodio che coinvolgerà i due amici.

Infine, ne Il carnevale, i lettori seguiranno un giovane Barbè alle prese con un tenero e impossibile amore nel corso dei festeggiamenti carnevaleschi nella Fossano del ‘26

Pubblicato sul sito www.lulu.com dove si può acquistare e scaricare online la versione ebook. Il testo cartaceo è acquistabile su www.amazon.it (cliccando sull'immagine a destra) oppure può essere ordinato nelle normali librerie.


lunedì 4 novembre 2024

L’isola di Tato – Blog  -  I libri di Gianmario Bonino 

Le avventure di Barbè

Vita di una tromba

I Gemini 55 - La storia

La Banda Felice – Racconti 

Le sette notti dell’Ing. Peyrano 

Il genis e altri strumenti

La felicità è un balcone (Le cose belle della vita)

 Suoni la tromba e intrepido… 

                                                                  La Tromba nella Storia 

Per eventuali acquisti, inviare richiesta all'indirizzo: gianmario.bonino@gmail.com


sabato 2 novembre 2024

 

Gianmario BONINO 

VITA DI UNA TROMBA 

PROLOGO

Salve, io sono una tromba.

   Per la precisione una tromba in si bemolle, modello Prestige, matricola n° 52-00174, costruita dall’artigiano Otto Krüger, Svizzera, nel lontano 1952.

   Attualmente mi trovo a dimorare presso la bancarella del signor Brunetto, che espone i suoi articoli nei mercatini dell’antiquariato nel nord della Lombardia, Italia.

   Devo ammettere che nel tempo ho frequentato luoghi migliori, o meglio più illustri, ma non mi lamento perché il tempo ha le sue ragioni. Questo l’ho imparato nel corso degli anni.

   Del resto, se ora posso scrivere la mia storia lo devo proprio alle condizioni in cui mi trovo. Tra gli oggetti più svariati esposti su questa bancarella, ho fatto la conoscenza di Verdepastello (una vecchia macchina da scrivere, marca Olivetti Lettera 32), che si è offerta di tradurre sulla carta i miei ricordi. Il resto l’hanno fatto gli Arcobaleni, come li chiamo io, ovvero molti dei libri che affollano gli scaffali del signor Brunetto, aiutandomi con i semi della loro sapienza.

   Per meglio farmi capire, ora però dovrò rivelare alcuni segreti...



domenica 27 ottobre 2024


Gianmario Bonino - Egidio Belotti - Lino Grasso

I GEMINI 55

Storia di ragazzi e di musica nella Fossano degli anni '60

Gianmario, Lino, Igor, Danilo, Egidio e Franco (detto Prinz)
raccontano a più voci la loro storia di ragazzi con la passione per la musica "beat", nella Fossano degli anni '60. A loro si uniscono i vari personaggi che hanno contribuito alla realizzazione di un'avventura che per sempre rimarrà nei loro cuori.



mercoledì 8 giugno 2022

La Banda Felice


LA BANDA FELICE

Racconti

Dieci racconti brevi e un racconto lungo coprono un arco temporale di sessant'anni (1940-1999) e i diversi protagonisti hanno in comune la passione per la musica attraverso la quale vivono storie in età e contesti diversi.

 


Muraja (1940)

Il rientro notturno di tre suonatori reduci da un “ballo pubblico”, alla vigilia della seconda guerra mondiale.


Mario Cavaradossi (1948)

Il tragico debutto di un giovane tenore nella Tosca di Puccini. 


Il bombardino (1967)

Una banda di paese e le sue vicissitudini viste attraverso gli occhi di un ragazzo suonatore di bombardino.


Summertime (1968)

La scoperta della musica “beat” e i primi amori di un ragazzino negli anni '60.

martedì 7 giugno 2022

Il genis e altri strumenti

 Gianmario Bonino - Il genis e altri strumenti

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Il genis e altri strumenti

Un’esperienza di vita musicale e umana vista attraverso gli attrezzi di un’arte che appartiene a tutti, senza distinzione di merito o di luogo.

Gli strumenti hanno l’anima di che li suona.


Il genis


Questo racconto potrà interessare forse solo chi ha vissuto in tempi passati la frequentazione di una banda musicale. Tuttavia chiunque avrà la pazienza di leggerlo fino in fondo potrà cogliere il senso di una morale comune.

   Dovete sapere che c’è uno strumento musicale che pochi conoscono e forse nessuno ha mai desiderato suonare. Eppure da molti è stato suonato anche se con risultati spesso controversi. Questo strumento si chiama genis.

   E’ noto ai bandisti di vecchio stampo mentre per i più giovani il suo nome non evoca ormai alcuna immagine. Eppure si tratta di uno strumento con una storia che vale la pena di essere raccontata e a cui il destino ha assegnato un ruolo sicuramente utile quanto ingrato.

   La sua particolarità nasce già dal nome e dalle sue varianti: genis, clavicorno in mi bemolle, orsicorno o tromboncino. Tanta varietà appare quantomeno sospetta, quasi si trattasse di un artificio per confonderne la vera sua identità.

 

lunedì 6 giugno 2022

Le Sette Notti dell’ing. Peyrano

Un sogno lungo sette notti accompagna il ritorno dell'ingegner Peyrano, impiegato alle Ferrovie e ormai prossimo alla pensione,  nei luoghi della sua gioventù.
Il racconto si snoda sospeso tra realtà e fantasia, sogni e ricordi.
Accompagnato dall’amico Virgilio, nel suo peregrinare notturno in una città fantasma, il protagonista si affida a voci misteriose nel desiderio di colmare i lati oscuri del suo passato. Nella vecchia casa della sua infanzia lo attende poi la nonna Rachele, presenza spirituale, che ogni notte prepara per lui gustose pietanze e ne illustra le segrete ricette. 


I° Notte

L’ingegner Carlo Alberto Peyrano dormiva profondamente, seduto in una carrozza di prima classe di un vecchio treno a vapore.

     Era dipendente delle Ferrovia Statali e si spostava spesso da una città all'altra per il suo lavoro. Ora era prossimo alla pensione e quel vecchio treno, che circolava solo in occasioni speciali, lo stava accompagnando in quello che probabilmente sarebbe stato il suo ultimo incarico.

     Prima di addormentarsi l'ingegnere aveva letto alcune pagine di un voluminoso libro:

     “... Navi nere e roboanti, ancorate nel porto di Santa Maria de los Buenos Aires, riversavano sui moli la messe industriale dei due emisferi, il colore e il suono delle quattro razze, lo iodio e il sale dei sette mari; nello stesso momento, stipate della flora, della fauna e del minerale propri del nostro territorio, navi alte e solenni facevano rotta nelle otto direzioni del mare accompagnate da un aspro addio di sirene navali...”

   Si trattava di Adan Buenosaires dello scrittore argentino Leopoldo Marechal. L'ingegnere aveva notato quel libro sullo scaffale della libreria di una stazione, attratto dal titolo curioso. A Buenos Aires lui stesso era nato e a soli cinque l'aveva lasciata per raggiungere l'Italia. Troppo poco per conservare dei chiari ricordi. Ma neppure in seguito aveva manifestato particolari interessi per il suo paese d'origine sino a quando non si era imbattuto casualmente in quel testo. 

    Salito sul treno, aveva letto con curiosità le prime pagine nonostante lo stile prolisso e il linguaggio complesso mettessero a dura prova la sua concentrazione. Ma presto la stanchezza aveva avuto il sopravvento. L'ingegnere si era addormentato e ora stava sognando.

    Era come se stesse sfogliando un album di fotografie. Ora si rivedeva piccino, all’ombra degli alberi del suo viale preferito. Seguiva una foto di classe della quinta elementare. Poi eccolo davanti al Liceo con la sua bicicletta. Infine alla stazione, per recarsi all'Università. Saliva sul treno e, come spesso gli accadeva, si addormentava mentre i suoi compagni di viaggio si divertivano a scrivere frasi oscene sui suoi libri...

    Un tonfo improvviso lo svegliò. Il libro di Marechal, mosso dagli scossoni del treno, era caduto dal sedile dove lo aveva riposto prima di addormentarsi.

    L'ingegnere sbadigliò raccogliendo il libro e cercò un riferimento guardando fuori dal finestrino. Il vetro rispecchiò la sua immagine, ma proprio in quel momento, il fischio prolungato della motrice lo avvertì dell'approssimarsi la stazione.

    Si mosse un po' confuso, in tutta fretta indossò l'impermeabile e recuperò la valigia mentre il treno lentamente rallentava sino a fermarsi.

    Aprì la porta e scese sulla pensilina. Respirò profondamente e si guardò intorno: la stazione era deserta. Un tempo avrebbe almeno incontrato il capostazione con paletta e fischietto, pensò.

    Il treno a vapore ripartì sbuffando e scomparve alla vista passando sotto un cavalcavia.

domenica 5 giugno 2022

Gianmario Bonino - La felicità è un balcone

Gianmario Bonino - La felicità è un balcone (Le cose belle della vita)
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Le cose belle della vita sono quei momenti che non hanno nulla di eccezionale, anzi fanno parte della nostra quotidianità, ma ci regalano quella misteriosa felicità che rende il tempo che passa meritevole di essere vissuto.


La felicità è un balcone
Se dovessi riassumere la mia infanzia con un'immagine, non potrei che pensare al balcone della casa dove sono nato.
   Questo balcone si affacciava proprio sopra il portone d'ingresso, al n° 19 della Via Beato Oddino Barotti, nel centro storico di Fossano, una bella cittadina in provincia di Cuneo.
   Dal portone si entrava in un androne con il soffitto ad arco che immetteva nel cortile quadrato sul quale si affacciavano balconate a ringhiera.
   Quell'antica casa era stata acquistata da mio padre dopo che il nonno gli aveva consegnato tutti i suoi risparmi per sfuggire a un’oscura storia di imbrogli di cui era rimasto vittima. La casa era disposta su due piani e ospitava diversi inquilini. Si diceva risalisse al settecento e fosse stata sede di un convento e poi un'abitazione nobiliare.
   Salendo le scale, dopo la prima rampa, si notava una nicchia con esposta la statua della Madonna.
   Tutto il primo piano era ordinato secondo un susseguirsi di grandi sale. Naturalmente era stato  suddiviso in due appartamenti e il nostro era composto da sei stanze che mi apparivano come un affascinante percorso.  L'unico timore era attraversarle nell'oscurità, rischiando di inciampare in qualche suppellettile, poiché gli interruttori della luce erano posti ad altezze per me irraggiungibili.
   Nelle due sale più grandi vi erano enormi camini e soffitti affrescati.
   Amavo questa casa, che rappresentava una continua scoperta tra bauli, armadi, cassetti e che potevo percorrere anche in sella al triciclo, tanto era grande.
   Il balcone, quel balcone, si raggiungeva dalla cucina che pur essendo una delle stanze più piccole, era anche il luogo maggiormente frequentato. Forse perché era riscaldata da una potente stufa, comunemente chiamata potagè.
   Non frequentando l’asilo (a quei tempi era roba da ricchi) avevo tutto il tempo a mia disposizione e quel balcone diventò per me come una finestra sul mondo.

sabato 4 giugno 2022

Suoni la tromba e intrepido...

Gianmario BONINO - Suoni la tromba e intrepido...”
Il testo cartaceo è acquistabile www.amazon.it (cliccando sull'immagine a destra) oppure può essere ordinato nelle normali librerie.



Suoni la tromba e intrepido…” è un libro dedicata alla tromba attraverso le
esperienze di chi, fin da bambino, ha desiderato suonare questo strumento e farne
una professione. Ogni capitolo affronta un tema diverso, ma sempre legato alla
tromba: la sua storia e la storia personale dell’autore, il rapporto con vari contesti
quali la scuola, la banda, l’orchestra e i diversi generi musicali; il tutto narrato
attraverso considerazioni, ricordi ed aneddoti. Infine, attraverso alcuni racconti di
invenzione storica”, vengono evidenziati particolari momenti del rapporto tra la
tromba e i grandi musicisti del passato.

mercoledì 1 giugno 2022

La Tromba nella Storia

Gianmario Bonino - La Tromba nella Storia
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La Tromba nella Storia è un testo nato dall'esigenza di fornire gli studenti di uno strumento essenziale per affrontare gli esami dal nuovo ordinamento dei Conservatori di musica. La suddivisione dei capitoli è pertanto riferita alla nomenclatura degli esami: Storia e tecnologia, Letteratura, Trattati e metodi.
Il testo può essere però anche letto dai non addetti al lavoro come l'affascinante evoluzione di uno strumento che fin dalle origini nasce come esigenza dello spirito prima ancora che della musica.  

giovedì 9 aprile 2020

Il Corno (ovvero Guelfo Nalli)


Parlando del corno occorre fare subito una precisazione poiché nella storia della musica il termine Corno (horn) è stato spesso utilizzato per indicare strumenti a volte molto diversi tra loro e accomunati forse solo dalla forma originaria che ricordava appunto le fattezze di un “corno” di animale.
A confondere le idee ha contribuito anche la bizzarria del caso laddove uno strumento dalla forma “angolata” denominato corne d'angle o cor anglé (si tratta di un parente più grande dell’oboe) venne malauguratamente tradotto in “corno inglese” per cui al tradizionale Corno (horn), per non vederlo confuso con un’ancia doppia, venne aggiunto (non si sa da chi), l’appellativo di “francese”. E in tutta questa confusione pare che i francesi centrino poco o nulla!
Tutto ciò per precisare che lo strumento di cui vorrei parlare è il “corno francese” ossia forse il più nobile tra tutti gli strumenti della famiglia degli ottoni.
In quanto al titolo nobiliare ci sarebbe da confondersi tra leggende e fantasie. Possiamo solo affermare che nella storia degli ottoni è lo strumento che prima di tutti acquisisce un’estensione sonora completa che lo introduce ben presto negli organici orchestrali e per il quale illustri compositori (da Bach in poi) hanno dedicato importanti composizioni.
A questo punto, si può dire: una nobiltà di diritto!
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, devo però confessare che il mio rapporto con il corno ha avuto un percorso difficile e contorto.

lunedì 23 marzo 2020

Il Bombardino (i nomi di uno strumento)





Ci sono strumenti con un nome solo, che tuttalpiù varia leggermente da una lingua all’altra.
Il violino italiano può diventare al massimo violin, in un’altra lingua. L’oboe è oboe ovunque.
La tromba può diventare trompette, trumpet, trompeta, trombeta, ma la sostanza non cambia.
Poi abbiamo il pianoforte che si restringe in piano, ma in Germania diventa klavier.
Stessa sorte al trombone (posaune), mentre in lingua inglese il clavicembalo diventa
harpsichord e il fagotto, basson. Se proprio vogliamo esagerare il corno (horn nelle altre lingue) in Spagna è denominato trompa. Ci saranno sicuramente altri casi curiosi.
Ma è innegabile che il problema si acuisce quando i nomi si moltiplicano nella stessa lingua.
Abbiamo già visto, parlando del genis, come la questione possa generare equivoci e confusione.
Ma non abbiamo finito poiché ecco spuntare un altro strumento a crearci interrogativi nella sua denominazione. Uno strumento in verità per lo più sconosciuto negli ambienti accademici, tanto è vero che quando finalmente (eravamo nel 2011!) fu inserito dal Ministero tra gli strumenti ammessi nel Conservatorio, qualche collega domandò incuriosito:
«Ma che strumento è l’eufonio?».
In verità, nei miei ricordi bandistici, trovavo già un altro nome per identificare quello strumento: bombardino!
Allora è opportuno cominciare dall’inizio.

mercoledì 18 marzo 2020

Maurice André


Poi arrivò Maurice André…
Si era negli anni sessanta e la musica, quella alla portata di tutti, stava percorrendo la rivoluzione sociale e dei costumi attraverso le canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones.
Per gli amanti della tromba i riferimenti potevano essere quelli di un Louis Armstrong già passato alla storia oppure Harry James (ascoltato nel film Bellezze al bagno) oppure Eddie Calvert (con il mitico glissando di Ciliegi rosa).
In Italia, sempre in quegli anni, emergeva una figura di tutto rispetto in Nini Rosso (La ballata della tromba nel ‘61, il Silenzio fuori ordinanza nel ’64) forse ancora più celebre all’estero, come spesso succede.
In un giovane studente del conservatorio si faceva però strada la curiosità e l’interesse di ascoltare qualche esempio solistico di tromba “classica”.  Si trattava in verità di una ricerca quasi impossibile, semplicemente perché, almeno nel nostro paese, era un’attività che ancora non esisteva!
In un negozio di dischi di Cuneo trovai per caso un’incisione della Deutsche Grammophone con il trombettista boemo Adolf Scherbaum, specializzato nel repertorio barocco. Si trattava di una rarità e ad essere sincero, quel disco non mi entusiasmò più di tanto. Michael Haydn, Leopold Mozart e Telemann non potevano incuriosire un ragazzino di quindici anni e neppure il concerto di Joseph Haydn perché, a detta di qualcuno che apparentemente ne sapeva di più, era considerato un pezzo “praticamente ineseguibile”…
Questa era anche la situazione musicale in un’Italia che ancora non riusciva a liberarsi dal fardello tanto nobile quanto costrittivo dell’opera lirica. La tromba era ferma, con tutto il rispetto, alla marcia trionfale dell’Aida.
Poi, come detto, arrivò Maurice André.

mercoledì 19 febbraio 2020

Il temporale di un percussionista



Per un anziano percussionista dell’orchestra del Teatro la recita in matinée (chiamata così, ma siamo nel primo pomeriggio) può risultare più faticosa di una serale. E’ una questione di digestione.
Quando la recita è serale, non c’è tempo per cenare come si conviene e dunque ci si accontenta di un veloce spuntino (magari si recupera al ritorno a casa…). Ma la domenica (perché la matinée ha luogo di prassi la domenica pomeriggio), la domenica dicevamo, ha i suoi obblighi consacrati e di conseguenza il pasto non può essere frugale. Infatti, dopo un bel riposo notturno e una sì frugale colazione, verso mezzogiorno la fame incombe e deve essere soddisfatta. Se ai fornelli c’è poi una di quelle donne all’antica, nel senso del piacere e abilità di stare tra i fornelli (e così è per la sua cara consorte), il più è fatto.
Senonché poi, la recita pomeridiana incombe e in verità, oltre alla digestione, a complicare le cose ci si mette anche la noia. Perché se va in scena, per esempio, Il barbiere di Siviglia, gli interventi della Grancassa a lui affidati si riducono a ben pochi numeri e quello più importante (quando Don Basilio, interpretando la celebre aria La calunnia è un venticello, culmina il suo intervento con il detto ..come un colpo di cannone…) è ormai un lontano ricordo del primo atto.
Queste e altre cose sta pensando forse l’anziano percussionista mentre distrattamente segue l’esecuzione.

domenica 26 gennaio 2020

Don Pasquale

Dal libro “Suoni la tromba e intrepido...”
LA TROMBA E I GRANDI COMPOSITORI
(… e se fosse proprio andata così? …)

Gaetano Donizetti e il Don Pasquale
Parigi, dicembre 1842
La partitura del Don Pasquale era sul tavolo del salotto. Compiuta. Undici giorni erano stati sufficienti per la sua completa stesura. Undici giorni di duro lavoro, dalle 7 del mattino alle 16 del pomeriggio.
Ora il maestro riposava, esausto. La febbre nervosa gli procurava continue vertigini. Eppure l’unica medicina che riusciva a lenire il dolore era il lavoro. La musica, la sua musica, aveva poteri taumaturgici che solo lui conosceva.
Da più di un’ora, nell’anticamera dell’appartamento al numero 1 di rue Grammont, un uomo, elegante nel portamento quanto tirato nell’espressione del viso, a piccoli intervalli mormorava sommessamente:
«C’est un miracle… un miracolo… ma fin tanto che non vedo lo spartito non ci credo… un miracle… se fra tre giorni iniziamo con le prove…».
Finalmente la fida governante si affacciò alla porta dicendo:
«Signor Tilmant, il maestro l’attende…»
«Oh finalmente» sospirò l’uomo seguendo la donna.
Il maestro sedeva ora sulla poltrona accanto al pianoforte.
«Gaetano, mon ami… la vostra salute ci preoccupa…»
«Ma di più vi preoccupa il mio Don Pasquale… eccolo, lui sta certo meglio di me…»

giovedì 14 novembre 2019

Il violino


Mio padre suonava il violino.
Lo aveva studiato da giovane, assieme al pianoforte, prendendo lezioni da un vecchio maestro, un tempo artista del Teatro Regio. Per raggiungerlo doveva percorrere con la bicicletta circa quaranta chilometri tra andata e ritorno.
Poi iniziò la gavetta suonando in varie compagnie d’operetta, ma quella vita disordinata gli procurò problemi di salute e finì con l’ammalarsi gravemente. Allora suo padre, non comprendendo il senso della sua passione, lo obbligò a scegliersi un lavoro “serio” e così divenne barbiere. Mio padre, però, quando riuscì ad avere una bottega tutta sua, trasferì quella passione mai sopita nel retro del negozio, dove continuò a studiare musica e a divertirsi suonando con gli amici.
Sin da piccino fui sempre attratto da quella seconda stanza, dove facevano bella mostra, assieme al violino, anche un pianoforte, una fisarmonica e una chitarra.

mercoledì 9 ottobre 2019

Bassotuba

Ricordo le parole di un collega, suonatore di bassotuba, alla domanda sul perché avesse scelto di studiare proprio quello strumento:
«Non sono stato io a decidere: è lui che ha scelto me.»
Non credo occorra molta fantasia per comprendere che stiamo parlando di uno strumento assai particolare. Non fosse altro perché appartiene a quella schiera di strumenti (come per esempio la fisarmonica o il mandolino) che hanno compiuto un lungo e fastidioso cammino prima di essere ammessi nell’organico dei conservatori e quindi inseriti ufficialmente in ambito culturale.
In verità il bassotuba ha fatto il suo ingresso in conservatorio soltanto attorno al nuovo secolo (e ancora oggi si contano appena una ventina di classi in tutto il paese). In ogni caso, sino a quel tempo, il percorso scolastico di un aspirante tubista era limitato in sostanza al campo bandistico. E naturalmente per partecipare a concorsi nelle orchestre non era richiesto alcun titolo di studio: l’unico requisito era di saper suonare bene lo strumento. Capitava così che un tubista di una qualche semplice banda di paese potesse essere catapultato nella diversissima realtà dell’orchestra di un importante teatro di tradizione. E’ facile capire come a quel punto, il diverso livello sociale e culturale poteva essere causa di incomprensioni in entrambi i sensi.

giovedì 24 gennaio 2019

Il maestro di trombone



Ci sono persone, incontrate nel corso della vita, per le quali alle volte si avverte il rammarico di non averne approfondito meglio la conoscenza. Ricordando piccoli episodi, magari uniti da un debole filo, riaffiorano allora quesiti e desideri destinati purtroppo a rimanere tali.
Conobbi personalmente il maestro di trombone una sera di tanti anni fa durante la prova dell’orchestra in cui ero stato da poco ingaggiato. Nell’organico stabile non era compreso quello strumento per cui quando necessitava, veniva chiamato un esecutore esterno. Il maestro era il primo trombone nell’orchestra del teatro, ma alle volte trovava il tempo per queste collaborazioni.
Quando ci presentammo, vista la mia giovane età, mi chiese con chi avevo studiato e così venni a sapere che il mio maestro era stato suo compagno di conservatorio. Quel fatto, seppur casuale, contribuì sin da subito a stabilire tra noi una forma di complicità. Da sempre l’appartenenza alla stessa scuola musicale rappresentava una vincolo di sicura importanza.

domenica 4 novembre 2018

Nascita di una Banda



Felice è un suonatore ambulante che gira i paesi con la fisarmonica al collo. Siamo nel 1945. Ritrovata per caso una cassa di strumenti musicali, dispersa dal disperso esercito italiano, decide di formare una Banda. Affida l’incarico del reclutamento a Giuanin, un ragazzino di quindici anni che così ci racconta quel primo incontro….

(Da “La Banda Felice – racconti)

     Cercare i tipi adatti, aveva detto Felice. Incominciai a prepararmi un discorso. Dunque, Felice Suonabene, hai presente, vuole formare una banda. Bisogna dire una banda musicale per evitare equivoci. Gli strumenti li mette lui. E' vero non ha mai un soldo, ma quegli strumenti sono un lascito. Un lascito di qualcuno. Dice che pensa a tutto lui, basta essere disponibili. In fondo si tratta solo di un passatempo. Poteva andare.
     La ricerca fu meno difficile del previsto, perché restando sempre in orbita della crota, i tipi giusti non mancavano. E poi, in un periodo così disperato, qualsiasi cosa che aiutasse ad evadere dalla realtà era gradita.
     Quella sera si presentarono due mie coetanei, Ciano e Caio, Lino che aveva vent'anni e si era salvato dalla leva perché orfano di padre, poi tra gli adulti si presentarono Amos, afflitto da una leggera zoppia, Renato, detto Carnera per la mole e a sentire i medici che lo avevano riformato, ritardato mentale e infine Pino, non vedente. Un bella e varia compagnia. Senza femmine, naturalmente, ma la banda, almeno allora, era cosa da uomini.
     Felice conosceva quasi tutti, ma quella sera ci guardò come se non ci avesse mai visto prima, massaggiandosi la folta barba e grattandosi l'orecchio. Poi fu di poche parole:
     «Una banda, non è come suonare da soli. Una banda richiede disciplina. Ma prima di tutto bisogna imparare a suonare. Cosa non facile, ma nemmeno impossibile. Dipende tutto dall'orecchio».
     I nostri sguardi si posarono sulle orecchie altrui senza capire.
  Felice sapeva essere convincente in ogni occasione. Senza tanti preamboli incominciò la distribuzione dei pani e dei pesci:
     «A te la cornetta, a te il bombardino, per i clarini dovrete aspettare perché mancano le ance, vedrò di procurarle».
     A me toccò lo strumento più strano, quello tutto attorcigliato, con tre tasti.  Felice mi disse: «Si tratta di un corno, insomma: un-pa un-pa, poi capirai». In quanto a quel grosso arnese che Felice chiamava basso nessuno ebbe dei dubbi sul fatto che fosse affidato, diciamo per affinità, a Carnera. Per ultimo tocco a Pino, immobile come al solito nel punto in cui lo aveva lasciato Amos, la sua inseparabile guida: «Pino, a te la cassa, il mazzuolo nella destra e la sinistra sulla spalla di Amos che suonerà i piatti».
     «Ma io sono mancino» replicò Pino.
     «E allora invertitevi, che differenza fa».
     Ed eccoci lì, con in mano ognuno il suo catorcio di strumento e lo sguardo smarrito.
     «Su, non state lì impalati, prendete confidenza, provate a suonare» ci esortò Felice.
     Forse esistevano metodi didattici più raffinati, ma abituati com'eravamo al fai da te della vita, ci prestammo a quel gioco. Si impara tanto dall'esperienza, importante è farlo in fretta.

lunedì 3 settembre 2018

Il travestimento del Genis


La storia del genis ci regala un’appendice che non fa che confermare l’aura di mistero e tenerezza che circonda questo strumento.
Come abbiamo visto nel racconto precedente, il genis si trovò suo malgrado a contendere un’impossibile egemonia nei confronti del nobile corno francese.
Non si sa se l’artificio di cui ora parleremo sia stato opera della mente geniale di un artigiano o dell’intuito di qualche suonatore. Fatto sta che il genis mutò le proprie spoglie per travestirsi appunto nelle parvenze di un corno francese.
Come si attuò questo diabolico progetto?
Per spiegarlo dobbiamo addentrarci in questioni tecniche di non facile comprensione che cercheremo di chiarire con adeguata semplicità.
I non addetti ai lavori devono sapere che tra le varie caratteristiche della famiglia dei flicorni, la più utile da un punto di vista pratico è quella determinata dalla loro intercambiabilità. Ossia ogni esecutore può passare con una certa facilità da un modello all’altro mantenendo inalterata la chiave di lettura ed il rapporto tra i vari suoni armonici. Cambiano unicamente le dimensioni dell’imboccatura che con una certa pratica si può assecondare.
Il corno presenta invece caratteristiche tecniche più complesse a causa dello sviluppo dei suoi suoni armonici non assimilabile a quello dei flicorni. Inoltre la predisposizione dei tasti per la mano sinistra (anziché la destra come su tutti i flicorni) rende l’apprendimento ancora più difficoltoso. Furono infatti queste particolarità che contribuirono in un primo momento alla convenienza di sostituire, nell’organico bandistico, i corni con i genis. Tuttavia, considerando la tradizione e le  qualità timbriche del corno, non era difficile pronosticare  un pronto riscatto del più nobile strumento. Fu a questo punto che una mente geniale quanto diabolica partorì l’idea del travestimento.
Dunque si prese un tubo della lunghezza del genis (più corto di quelle di un corno) e lo si rese un po’ più sottile. Poi si disegnò uno strumento in tutto simile alla forma del corno, ma attenzione,  con l’impugnatura dei tasti affidata alla mano destra. Ora il  nostro strumentista, pur adattandosi all’imboccatura del corno, ritrovava sullo strumento gli stessi suoni armonici del genis!
Insomma, a vederlo dall’esterno (e per i più anche dall’interno) pareva proprio che il suonatore di genis ora si fosse trasformato in un suonatore di corno!
Il genis dato per defunto era dunque rinato sotto mentite spoglie!