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giovedì 9 aprile 2020

Il Corno (ovvero Guelfo Nalli)


Parlando del corno occorre fare subito una precisazione poiché nella storia della musica il termine Corno (horn) è stato spesso utilizzato per indicare strumenti a volte molto diversi tra loro e accomunati forse solo dalla forma originaria che ricordava appunto le fattezze di un “corno” di animale.
A confondere le idee ha contribuito anche la bizzarria del caso laddove uno strumento dalla forma “angolata” denominato corne d'angle o cor anglé (si tratta di un parente più grande dell’oboe) venne malauguratamente tradotto in “corno inglese” per cui al tradizionale Corno (horn), per non vederlo confuso con un’ancia doppia, venne aggiunto (non si sa da chi), l’appellativo di “francese”. E in tutta questa confusione pare che i francesi centrino poco o nulla!
Tutto ciò per precisare che lo strumento di cui vorrei parlare è il “corno francese” ossia forse il più nobile tra tutti gli strumenti della famiglia degli ottoni.
In quanto al titolo nobiliare ci sarebbe da confondersi tra leggende e fantasie. Possiamo solo affermare che nella storia degli ottoni è lo strumento che prima di tutti acquisisce un’estensione sonora completa che lo introduce ben presto negli organici orchestrali e per il quale illustri compositori (da Bach in poi) hanno dedicato importanti composizioni.
A questo punto, si può dire: una nobiltà di diritto!
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, devo però confessare che il mio rapporto con il corno ha avuto un percorso difficile e contorto.

lunedì 23 marzo 2020

Il Bombardino (i nomi di uno strumento)





Ci sono strumenti con un nome solo, che tuttalpiù varia leggermente da una lingua all’altra.
Il violino italiano può diventare al massimo violin, in un’altra lingua. L’oboe è oboe ovunque.
La tromba può diventare trompette, trumpet, trompeta, trombeta, ma la sostanza non cambia.
Poi abbiamo il pianoforte che si restringe in piano, ma in Germania diventa klavier.
Stessa sorte al trombone (posaune), mentre in lingua inglese il clavicembalo diventa
harpsichord e il fagotto, basson. Se proprio vogliamo esagerare il corno (horn nelle altre lingue) in Spagna è denominato trompa. Ci saranno sicuramente altri casi curiosi.
Ma è innegabile che il problema si acuisce quando i nomi si moltiplicano nella stessa lingua.
Abbiamo già visto, parlando del genis, come la questione possa generare equivoci e confusione.
Ma non abbiamo finito poiché ecco spuntare un altro strumento a crearci interrogativi nella sua denominazione. Uno strumento in verità per lo più sconosciuto negli ambienti accademici, tanto è vero che quando finalmente (eravamo nel 2011!) fu inserito dal Ministero tra gli strumenti ammessi nel Conservatorio, qualche collega domandò incuriosito:
«Ma che strumento è l’eufonio?».
In verità, nei miei ricordi bandistici, trovavo già un altro nome per identificare quello strumento: bombardino!
Allora è opportuno cominciare dall’inizio.

mercoledì 18 marzo 2020

Maurice André


Poi arrivò Maurice André…
Si era negli anni sessanta e la musica, quella alla portata di tutti, stava percorrendo la rivoluzione sociale e dei costumi attraverso le canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones.
Per gli amanti della tromba i riferimenti potevano essere quelli di un Louis Armstrong già passato alla storia oppure Harry James (ascoltato nel film Bellezze al bagno) oppure Eddie Calvert (con il mitico glissando di Ciliegi rosa).
In Italia, sempre in quegli anni, emergeva una figura di tutto rispetto in Nini Rosso (La ballata della tromba nel ‘61, il Silenzio fuori ordinanza nel ’64) forse ancora più celebre all’estero, come spesso succede.
In un giovane studente del conservatorio si faceva però strada la curiosità e l’interesse di ascoltare qualche esempio solistico di tromba “classica”.  Si trattava in verità di una ricerca quasi impossibile, semplicemente perché, almeno nel nostro paese, era un’attività che ancora non esisteva!
In un negozio di dischi di Cuneo trovai per caso un’incisione della Deutsche Grammophone con il trombettista boemo Adolf Scherbaum, specializzato nel repertorio barocco. Si trattava di una rarità e ad essere sincero, quel disco non mi entusiasmò più di tanto. Michael Haydn, Leopold Mozart e Telemann non potevano incuriosire un ragazzino di quindici anni e neppure il concerto di Joseph Haydn perché, a detta di qualcuno che apparentemente ne sapeva di più, era considerato un pezzo “praticamente ineseguibile”…
Questa era anche la situazione musicale in un’Italia che ancora non riusciva a liberarsi dal fardello tanto nobile quanto costrittivo dell’opera lirica. La tromba era ferma, con tutto il rispetto, alla marcia trionfale dell’Aida.
Poi, come detto, arrivò Maurice André.

mercoledì 19 febbraio 2020

Il temporale di un percussionista



Per un anziano percussionista dell’orchestra del Teatro la recita in matinée (chiamata così, ma siamo nel primo pomeriggio) può risultare più faticosa di una serale. E’ una questione di digestione.
Quando la recita è serale, non c’è tempo per cenare come si conviene e dunque ci si accontenta di un veloce spuntino (magari si recupera al ritorno a casa…). Ma la domenica (perché la matinée ha luogo di prassi la domenica pomeriggio), la domenica dicevamo, ha i suoi obblighi consacrati e di conseguenza il pasto non può essere frugale. Infatti, dopo un bel riposo notturno e una sì frugale colazione, verso mezzogiorno la fame incombe e deve essere soddisfatta. Se ai fornelli c’è poi una di quelle donne all’antica, nel senso del piacere e abilità di stare tra i fornelli (e così è per la sua cara consorte), il più è fatto.
Senonché poi, la recita pomeridiana incombe e in verità, oltre alla digestione, a complicare le cose ci si mette anche la noia. Perché se va in scena, per esempio, Il barbiere di Siviglia, gli interventi della Grancassa a lui affidati si riducono a ben pochi numeri e quello più importante (quando Don Basilio, interpretando la celebre aria La calunnia è un venticello, culmina il suo intervento con il detto ..come un colpo di cannone…) è ormai un lontano ricordo del primo atto.
Queste e altre cose sta pensando forse l’anziano percussionista mentre distrattamente segue l’esecuzione.

giovedì 14 novembre 2019

Il violino


Mio padre suonava il violino.
Lo aveva studiato da giovane, assieme al pianoforte, prendendo lezioni da un vecchio maestro, un tempo artista del Teatro Regio. Per raggiungerlo doveva percorrere con la bicicletta circa quaranta chilometri tra andata e ritorno.
Poi iniziò la gavetta suonando in varie compagnie d’operetta, ma quella vita disordinata gli procurò problemi di salute e finì con l’ammalarsi gravemente. Allora suo padre, non comprendendo il senso della sua passione, lo obbligò a scegliersi un lavoro “serio” e così divenne barbiere. Mio padre, però, quando riuscì ad avere una bottega tutta sua, trasferì quella passione mai sopita nel retro del negozio, dove continuò a studiare musica e a divertirsi suonando con gli amici.
Sin da piccino fui sempre attratto da quella seconda stanza, dove facevano bella mostra, assieme al violino, anche un pianoforte, una fisarmonica e una chitarra.

mercoledì 9 ottobre 2019

Bassotuba

Ricordo le parole di un collega, suonatore di bassotuba, alla domanda sul perché avesse scelto di studiare proprio quello strumento:
«Non sono stato io a decidere: è lui che ha scelto me.»
Non credo occorra molta fantasia per comprendere che stiamo parlando di uno strumento assai particolare. Non fosse altro perché appartiene a quella schiera di strumenti (come per esempio la fisarmonica o il mandolino) che hanno compiuto un lungo e fastidioso cammino prima di essere ammessi nell’organico dei conservatori e quindi inseriti ufficialmente in ambito culturale.
In verità il bassotuba ha fatto il suo ingresso in conservatorio soltanto attorno al nuovo secolo (e ancora oggi si contano appena una ventina di classi in tutto il paese). In ogni caso, sino a quel tempo, il percorso scolastico di un aspirante tubista era limitato in sostanza al campo bandistico. E naturalmente per partecipare a concorsi nelle orchestre non era richiesto alcun titolo di studio: l’unico requisito era di saper suonare bene lo strumento. Capitava così che un tubista di una qualche semplice banda di paese potesse essere catapultato nella diversissima realtà dell’orchestra di un importante teatro di tradizione. E’ facile capire come a quel punto, il diverso livello sociale e culturale poteva essere causa di incomprensioni in entrambi i sensi.

giovedì 24 gennaio 2019

Il maestro di trombone



Ci sono persone, incontrate nel corso della vita, per le quali alle volte si avverte il rammarico di non averne approfondito meglio la conoscenza. Ricordando piccoli episodi, magari uniti da un debole filo, riaffiorano allora quesiti e desideri destinati purtroppo a rimanere tali.
Conobbi personalmente il maestro di trombone una sera di tanti anni fa durante la prova dell’orchestra in cui ero stato da poco ingaggiato. Nell’organico stabile non era compreso quello strumento per cui quando necessitava, veniva chiamato un esecutore esterno. Il maestro era il primo trombone nell’orchestra del teatro, ma alle volte trovava il tempo per queste collaborazioni.
Quando ci presentammo, vista la mia giovane età, mi chiese con chi avevo studiato e così venni a sapere che il mio maestro era stato suo compagno di conservatorio. Quel fatto, seppur casuale, contribuì sin da subito a stabilire tra noi una forma di complicità. Da sempre l’appartenenza alla stessa scuola musicale rappresentava una vincolo di sicura importanza.

lunedì 3 settembre 2018

Il travestimento del Genis


La storia del genis ci regala un’appendice che non fa che confermare l’aura di mistero e tenerezza che circonda questo strumento.
Come abbiamo visto nel racconto precedente, il genis si trovò suo malgrado a contendere un’impossibile egemonia nei confronti del nobile corno francese.
Non si sa se l’artificio di cui ora parleremo sia stato opera della mente geniale di un artigiano o dell’intuito di qualche suonatore. Fatto sta che il genis mutò le proprie spoglie per travestirsi appunto nelle parvenze di un corno francese.
Come si attuò questo diabolico progetto?
Per spiegarlo dobbiamo addentrarci in questioni tecniche di non facile comprensione che cercheremo di chiarire con adeguata semplicità.
I non addetti ai lavori devono sapere che tra le varie caratteristiche della famiglia dei flicorni, la più utile da un punto di vista pratico è quella determinata dalla loro intercambiabilità. Ossia ogni esecutore può passare con una certa facilità da un modello all’altro mantenendo inalterata la chiave di lettura ed il rapporto tra i vari suoni armonici. Cambiano unicamente le dimensioni dell’imboccatura che con una certa pratica si può assecondare.
Il corno presenta invece caratteristiche tecniche più complesse a causa dello sviluppo dei suoi suoni armonici non assimilabile a quello dei flicorni. Inoltre la predisposizione dei tasti per la mano sinistra (anziché la destra come su tutti i flicorni) rende l’apprendimento ancora più difficoltoso. Furono infatti queste particolarità che contribuirono in un primo momento alla convenienza di sostituire, nell’organico bandistico, i corni con i genis. Tuttavia, considerando la tradizione e le  qualità timbriche del corno, non era difficile pronosticare  un pronto riscatto del più nobile strumento. Fu a questo punto che una mente geniale quanto diabolica partorì l’idea del travestimento.
Dunque si prese un tubo della lunghezza del genis (più corto di quelle di un corno) e lo si rese un po’ più sottile. Poi si disegnò uno strumento in tutto simile alla forma del corno, ma attenzione,  con l’impugnatura dei tasti affidata alla mano destra. Ora il  nostro strumentista, pur adattandosi all’imboccatura del corno, ritrovava sullo strumento gli stessi suoni armonici del genis!
Insomma, a vederlo dall’esterno (e per i più anche dall’interno) pareva proprio che il suonatore di genis ora si fosse trasformato in un suonatore di corno!
Il genis dato per defunto era dunque rinato sotto mentite spoglie!

giovedì 15 febbraio 2018

Ravel, all’ultimo secondo.



Vincenzo, come al solito, era in ritardo all’appuntamento.
In attesa, sul piazzale di Santa Maria della Passione, ero ormai tutto intirizzito dal freddo.
«Un traffico pazzesco» disse per scusarsi quando finalmente accostò l’auto.
«C’è già aria natalizia e siamo solo all’inizio di dicembre. Speriamo almeno di uscire in fretta dalla città.»
«A proposito. Dove andiamo?» chiese Vincenzo con la solita aria stralunata.
«Dove andiamo…» risposi «il concerto è a Saronno... o Seregno… questi posti sono tutti uguali.»
«Suoniamo per il premio Pozzoli: dov’è nato costui?»
«Cos’è un’interrogazione? Guarda, sono stanco morto» dissi io esausto «portami dove vuoi.»
Questo più o meno fu il dialogo intercorso tra due colleghi trombettisti che si dirigevano verso il luogo del concerto.
Si trattava del concerto di premiazione del Concorso pianistico intitolato ad Ettore Pozzoli. La sera prima avevano suonato a Milano e ora replicavano nella città natale del musicista. Appunto: Saronno o Seregno?

lunedì 5 febbraio 2018

Da Gabrieli a Schönberg, andata e ritorno.


Ci sono ricordi che il nostro inconscio nasconde in uno scrigno segreto, così segreto da non fornire la chiave per aprirlo e tanto meno le ragioni di una tale scelta. Così può capitare di tenere ben a mente immagini che avremmo volentieri dimenticato e di ometterne altre magari inoffensive. Ma in fondo non si può ricordare tutto, qualcosa bisogna eliminare.
Alle volte però succede che da un semplice pensiero si sprigioni, in tutt’altra direzione, una specie di epifania, per dirla “alla Proust”:  assaporando il gusto di un semplice biscotto si apre quello scrigno segreto e si materializza nella tua mente un ricordo che credevi dimenticato.
Questo è successo a me, in un pomeriggio uggioso.
Stavo cercando su google informazioni su un celebre musicista con cui avevo collaborato anni fa ed ecco aprirsi lo scrigno con un ricordo dimenticato. Si trattava di un fatto bizzarro accaduto durante un concerto a cui avevo partecipato in veste di esecutore e che lo aveva molto divertito. Accadeva così che nel corso dei nostri incontri, in presenza di nuovi ospiti, mi invitava a raccontarlo.
Ora, immaginando di essere suoi ospiti, lo racconterò anche a voi.

domenica 11 giugno 2017

Karajan e l'eufonio


Forse non tutti sanno che il celebre direttore d’orchestra Herbert von Karajan dirigeva ad occhi chiusi. Certo il pubblico non poteva accorgersi del fatto, a differenza degli orchestrali. Quando poi lo stesso maestro si fece promotore di innumerevoli registrazioni video (fu per trentacinque anni direttore principale dei Berliner Philharmoniker) fu chiaro a tutti come quel volto carismatico apparisse quasi trasfigurato mentre modellava la musica con il gesto delle mani e gli occhi sempre chiusi. Naturalmente era ovvio che dirigesse a memoria.

giovedì 30 marzo 2017

Le spedizioni punitive (Ottoni e altri personaggi)

Le spedizioni punitive
(Ottoni e altri personaggi)



Un tempo erano la naturale palestra per giovani studenti di conservatorio o il refugium peccatorum di vecchi artisti sul viale del tramonto. Erano soprannominate spedizioni punitive, ma in senso ironico, in quanto la presunta punizione poteva riguardare più che altro gli ignari spettatori.
Si trattava in pratica di realizzare, con pochi mezzi e in brevissimo tempo, una rappresentazione operistica commissionata da piccoli comuni di provincia che beneficiavano di modesti contributi statali. Vi erano poi appositi impresari o improvvisati tali, abilissimi a organizzare compagnia di canto, scenografia ed orchestra a prezzi stracciati, almeno per la maggioranza degli artisti. La formula consisteva in un misto di giovani promesse e vecchi artisti, qualche illustre professore d’orchestra circondato da giovani alle prime armi. Le paghe variavano a seconda del grado professionale, ma nessuno se ne lamentava perché per i più “l’importante era partecipare”.

venerdì 10 marzo 2017

La sordina

La sordina è quell'aggeggio a forma di pera che si inserisce nella campana della tromba. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare essa non serve solamente a suonare più piano: la sordina determina un diverso colore nel suono dello strumento, anzi più colori in quanto esistono diversi tipi di sordina.
Quando il compositore richiede il suo uso scrive un'indicazione sulla parte della tromba, nel punto preciso. Con sordina in italiano, Mute in inglese, Avec sourdine in francese...
Un buon trombettista dovrebbe averla sempre con sé.

Dal libro "Suoni la tromba e intrepido..."

La sordina
Gli orchestrali, in ordine sparso, avevano appena fatto il loro ingresso nella sala tra gli applausi del pubblico, sedendosi ai rispettivi posti. Quindi il violino di spalla si era alzato in piedi e, nel silenzio generale, aveva raccolto il la offerto dal primo oboe. Allora prima gli archi e a seguire i fiati avevano controllato la propria intonazione in un ronzio sommesso. Poi era nuovamente calato il silenzio in attesa dell’entrata del direttore d’orchestra. Alla sua apparizione coincideva un nuovo applauso del pubblico che si sovrapponeva al movimento degli orchestrali nuovamente tutti in piedi. Infine, con un cauto gesto, il maestro invitava gli orchestrali a sedersi con il pubblico nuovamente in religioso silenzio…
Ora tutto è pronto per l’inizio della liturgia e nessuno può accorgersi di un trombettista, seduto nella fila, che guardando distrattamente lo spartito posto sul leggio di fronte a lui improvvisamente ha un sussulto quando i suoi occhi si posano su una parola che inconsciamente determina in lui un violento attacco di sudorazione: avec sourdine.

giovedì 29 dicembre 2016

L'orchestrina di Nale

Mio padre si chiamava Nale. Giovenale era il nome completo, dal patrono della nostra città, ma da tutti era conosciuto come “Nale ‘l barbè” (Nale il barbiere). La sua bottega si trovava proprio sulla via principale ed era composta da due grandi stanze. Nella prima vi era naturalmente tutta l’attrezzatura per soddisfare barbe e capelli dei clienti, mentre nel retro erano custoditi gli strumenti della sua vera passione: pianoforte, violino, fisarmonica e chitarra.
Da giovane aveva fatto grandi sacrifici per studiare musica. Allora i Conservatori erano pochi e riservati agli eletti. Così aveva trovato un bravo maestro ormai in pensione e si sobbarcava 40 chilometri in bicicletta, tra andata e ritorno, per prendere lezione di violino e pianoforte. Nel frattempo faceva l'apprendista nella bottega di un barbiere. Aveva poi anche avuto l’opportunità di entrare a far parte, come violinista, di una compagnia di operette, ma prima s’era messa di mezzo la salute e infine un padre che considerava quella passione una perdita di tempo. Anzi, per convincerlo del tutto, lo aveva aiutato a mettersi in proprio come barbiere.

venerdì 18 novembre 2016

La musica è la mia vita

La musica è la mia vita. Una passione diventata poi una professione.
Eppure nel profondo dell'animo sono rimasto Tato che giocava sotto il tavolo mentre mio padre suonava con la sua orchestrina le canzoni di Gino Latilla e Carla Boni. Tato che cantava “Ciao, ciao bambina”, con papà al pianoforte. Tato che alla scuola dell' ”Arrigo Boito” (la banda cittadina) suonava con la tromba il “Poeta e Contadino” o la “Madama di Tebe”. Tato che si esibiva nel “Tema di Lara” o in “Summertime” con gli amici dei “Gemini 55”.
Nel profondo dell'animo suono dunque rimasto un dilettante, nel senso più puro del termine. Ciò mi ha consentito di fare della professione del musicista un mezzo e non un fine. Un mezzo per vivere, conoscere, approfondire la bellezza della musica senza dimenticare lo spirito delle mie origini.